Attraverso la tapparella, tra non molto il cielo si sfumerà, come di una polvere leggera carta da zucchero. Forse ho sentito dire che la luna è nuova, o sta crescendo. Sta svegliandosi malamente. Mi sento prona al di sotto di lei. Nessuno sa in questo istante cosa sta esistendo, e sono completamente sola. Non ho dispiacere in questo. Sono sempre stata sola, come condizione mentale. Non vuole essere un’ autocommiserazione. Non soffro la mia solitudine, la patisco, soffro di più i miei desideri. Tutto questo ti sembra tetro ora; a bad moon, che la sostanza delle cose non la altera, soltanto la mostra da un’ angolazione diversa. Fa troppo caldo per pensare ma non ho altro da potermi togliere di dosso.
Quando la nana gialla sarà di nuovo alta, indosserò un bel paio di occhiali scuri ed elargirò sorrisi. Non è un falso, anche questo fa tremendamente parte di me: amare. Lenire. Essere un po’ stupida e gioiosa. Il problema è farlo quando vorrei soltanto starmene io e me. Mi rendo nondimeno miserabilmente conto di quanto questo stato sia comune a milioni di altri esseri viventi, seppure con diversi gradi di coscienza, di consapevolezza, di profondità. Quindi, mi cullo placidamente in a bad mood. Quasi come qualcuno così prostrato dalla violenza del proprio sentire al punto di non sapere più cosa, non sapere più come, perchè. Saperlo ma non capirlo. Vederlo ma ignorarlo. Tu mi odii, e io ti odio, vaffanculo, voglio solo essere triste.
Nessuno ti capisce mai.
Mi sorprendo a notare quanto siano malsani i miei ritmi sonno – veglia senza che io possa farci alcunchè.
La mattina, o comunque il risveglio, è il momento biologicamente più critico per il riavvio del tuo organismo, paradossalmente rischia il collasso. Non so affatto se sia veramente quello l’ istante irrevocabile in cui potrei cedere, evaporando.
” La morte non è l’opposto della vita, ma sua parte integrante. Tradotto in parole suona piuttosto banale, ma allora non era così che lo percepivo, ma come un grumo d’aria presente dentro di me. La morte era parte di quel fermacarte, parte indissolubile delle quattro palline bianche e rosse allineate sul tavolo di biliardo. E sentivo che noi vivevamo inspirandola nei polmoni come una finissima polvere. Fino ad allora io avevo sempre considerato la morte come una realtà indipendente, completamente separata dalla vita. Come a dire: ‘Un giorno prima o poi la morte allungherà le sue mani su di noi. Ne consegue che fino a quando ciò non avverrà essa non potrà toccarci in nessun modo? Questo mi sembrava un ragionamento assolutamente onesto e logico. La vita di qua, la morte di là. Io sono da questa parte, e quindi non posso essere da quella. Ma a partire dalla notte in cui morì Kizuki, non riuscii più a vedere in modo così semplice la morte (e la vita). La morte non era più qualcosa di opposto alla vita. La morte era già compresa intrinsecamente nel mio essere, e questa era una verità che, per quanto mi sforzassi, non potevo dimenticare. Perchè la morte che in quella sera di maggio, quando avevo diciassette anni, aveva afferrato Kizuki, in quello stesso momento aveva afferrato anche me.
Trascorsi la primavera dei miei diciott’anni sentendo dentro di me quel grumo d’aria. Però allo stesso tempo mi sforzavo di non prenderlo troppo sul serio, perché intuivo vagamente che prendere le cose sul serio non sempre significa avvicinarsi alla verità. Continuavo a muovermi in quell’angosciosa antitesi, in un infinito circolo vizioso. A pensarci adesso furono davvero dei giorni strani. Nel pieno della vita tutto ruotava attorno alla morte. “ ( H. Murakami, Norwegian wood )
Non ho più diciotto anni, ma nemmeno Murakami quando ha scritto Norwegian wood li aveva più. Non occorre essere direttamente un’ età o una persona.
La mia schiena si flette in una curva ondulatoria. Ho un piccolo crampo sul fondo dell’ utero. E’ disabitato ora, concavo e mucoso. Gravido di ioni di rame progressivamente rilasciati negli anni. E’ affascinante come l’ organismo umano possa convivere pacificamente con uno stato settico provocato all’ interno di una sua propria cavità.
A migliaia i piccoli semi che mi inondano corrono, cechi e sordi, in cerca di una cellula da trasformare in vita, rimanendosene lì a morire annegati nel sangue cremisi e dolciastro.
Corpi estranei dentro di te.
Ancora una curva della schiena. Vivo così a stretto contatto con una gatta che finiamo per diventare uguali l’ una all’ altra. Eccetto per il fatto che non posso dormire tante ore di seguito quanto lei. Curva sinuosa.
L’ erotismo è il contraltare della morte. Della morte che ti vive dentro sottoforma di un piccolo impianto di plastica e rame. Che ti vive addosso sottoforma di divinazione all’ incirca.
Scopa con me e rendimi divina Dea sopra alla tua ara di ematite nera.
Succhia da me e lasciami senza forze. Per favore, lasciami là.



